Ormai mi capita quasi quotidianamente di giungere a Prato tardi la sera; il treno arriverebbe quasi alla mezzanotte ma i ritardi, rigorosi, sulla tratta che viene dalla Versilia fanno sì che l’arrivo sia sempre più tardi.
Prato di notte sembra una città fantasma; a dispetto dei sui quasi duecentomila abitanti la sera non riesci a trovare un bar aperto salvo rari locali che però si trasformano in pseudo-discoteche e mal si conciliano con il viaggiatore stanco, poco portato a quell’atmosfera, anche per l’aspetto e forse la scarsa propensione festaiola di quel momento che probabilmente non va al di là di un caffè.
Sceso dal treno puntualmente dimentico questa circostanza e mi imbatto nella saracinesca ben chiusa del bar della stazione. Uscendo attraverso la piazza antistante e avvicinandomi al fiume Bisenzio entro nell’unico luogo dove ci sia del movimento notturno, finanche un chiosco bar aperto.
I giardini della piazza e quelli attigui sono tutti ben protetti da transenne fisse che per uscirne bisogna operare dei giri piuttosto tortuosi e comunque seguire un percorso ben delineato con una sorta di guida mattonellata che prosegue sui marciapiedi successivi fino al centro della cittò: il percorso esatto che devo compiere io. Mi diverto tutte le volte camminando a mettere i piedi esattamente sulle mattonelle,  generando un passo, quasi una marcetta, rigoroso e costante; un passatempo itinerante.
Ma torniamo ai giardini e alle transenne.
Le strade lì intorno, specialmente ad ora tarda, sono trafficatissime, auto che fanno avanti ed indietro percorrendo le due rotonde davanti ai ponti sul fiume non per osservare  il paesaggio od altro ma per scrutare l’unica attrazione del luogo: i trans che a dozzine animano i marciapiedi lungo le transenne della Piazza della Stazione e quel chiosco bar.
Sarà per questo che non mi ci sono mai fermato e ho sempre preferito prender la via di casa a “bocca asciutta”, riferendomi ovviamente al non poter prendere un caffè e senza allusioni all’utilizzo delle diverse prestazioni lì offerte.
Non che io abbia ritrosie o atteggiamenti moralisti verso i trans, che anzi ho avuto modo di conoscere bene anni fa durante una mia lungodegenza ospedaliera in un reparto, ahimé, dove purtroppo di trans ce ne erano parecchi e in condizioni piuttosto complicate. Ero infatti a malattie infettive per curarmi di una tubercolosi, male antico, “raccattata” chissà dove e complici i miei frequenti viaggi.
A ben guardare fra i trans ed i loro clienti preferisco di gran lunga evitare i secondi, anch’essi assidui frequentatori di quel chiosco. Personaggi strani, spesso in evidente stato di ebrezza, probabili spacciatori, sfaccendati, attaccabrighe e via dicendo.
Ben più simpatici i trans che solennemente agghindati e taccatissimi ti inviano un sorriso con un evidente “spirito commerciale” laddove sono lì per vendere un prodotto, anzi un servizio, che al di là di ogni moralismo o divieto di legge (che poi la prostituzione in sé neanche rappresenta una violazione del codice penale della Repubblica) resta comunque da vendere.
Almeno in questo Prato non è diverso dalle altre città: in fondo la prostituzione oltre ad essere il “mestiere più antico del mondo” pare essere anche quello più diffuso e anche una città come Prato non ne è priva, anzi resta l’unica forma di vita e di divertimento notturno, ovviamente per chi ama quel tipo di divertimento.