Stasera Conte ha annunciato, come al solito in pompa magna, il cosiddetto “decreto liquidità” nel quale sarebbero previsti ben 400 miliardi di finanziamenti alle imprese garantiti dallo Stato.

Tanta roba, sembrerebbe.

Certo per capire nei dettagli la portata del provvedimento dovremo attendere di poterlo leggere ed analizzare nei dettagli ma una prima valutazione credo si possa fare.

Innanzitutto l’importo è diviso in due: duecento miliardi per le imprese e altri duecento per favorire le esportazioni. In questa sede ci occupiamo dei primi giacché non mi è per niente chiaro, al momento, la portata esatta dei secondi.

Prendiamo qualche parametro di riferimento, nella fattispecie numero di imprese e fatturato complessivo. Ho trovato i valori del 2017 dell’Istat, che pubblico nella tabella qui sotto. Non proprio attuali, anche perché non ho rintracciato dati più recenti, ma può darsi che questo dipenda da mia incapacità, ma nell’economia del mio ragionamento sono dati che vanno più che bene.

Nel 2017 le aziende italiane erano 4.304.912 per un fatturato complessivo di euro 3.044.439.882.000 e quindi per una media di fatturato ad impresa di circa euro 700 mila ad azienda.

Le medie non sono mai del tutto gratificanti. La più “proverbiale” osservazione a proposito delle medie statistiche è di Trilussa, per cui se qualcuno mangia un pollo, e qualcun altro no, in media hanno mangiato mezzo pollo ciascuno.

Ritengo però che per fare una valutazione preliminare di questo decreto ragionare sulla media sia comunque efficace.

Primo punto: il decreto sembrerebbe prevedere un finanziamento del 25% del fatturato; il che non è possibile perché il 25% del fatturato complessivo è di oltre 750 miliardi, quindi ben oltre gli importi stanziati. Ci sarà chi lo prenderà, chi in misura ridotta e chi per nulla.

Secondo punto: in media spetterebbero circa 45 mila euro ad impresa e, sempre su valori medi la nostra ipotetica impresa avrebbe circa quattro dipendenti. Proviamo ad ipotizzare uno scenario economico di questa impresa:

  • fermo azienda: tre mesi
  • affitti e utenze: 3.500,00 euro al mese e quindi 10.500,00 euro nel periodo
  • leasing per auto o macchinari: 2.500,00 euro al mese e quindi 7.500,00 euro nel periodo
  • costi fissi (commercialista, assicurazioni, eccetera): 2.500,00 euro al mese e quindi 7.500,00 euro nel periodo
  • contributi ultimo mese lavorato: magari sono rimasti i contributi e ritenute dell’ultimo mese lavorato, per 4 dipendenti che stimiamo complessivamente (magari in difetto) in 1.000,00 euro a persona al mese e quindi 4.000,00 euro nel periodo, considerando che per i tre mesi di fermo si è fatto ricorso integrale alla cassa integrazione;
  • valutiamo anche il versamento per l’iva e per le altre tasse rinviate: facciamo una stima di euro 20.000,00; importo adeguato per un’azienda di queste dimensioni.

In buona sostanza la nostra impresa dopo tre mesi di fermo si trova con debiti arretrati di euro 49.500,00 di cui:

  • 20.000,00 verso lo Stato;
  • 7.500,00 verso la banca o società di leasing;
  • 22.000,00 verso altri creditori.

Tutte somme da pagare prima o poi ma comunque di per sé tutte rateizzabili o per lo meno con la possibilità di prevedere un rientro graduale; anche perché post-coronavirus credo che piani di rientro sui debiti saranno frequenti.

In buona sostanza il nostro imprenditore riceverebbe 45 mila euro che non sarebbero neanche sufficienti a coprire l’indebitamento accumulato nel periodo di fermo azienda; anzi dovrà rinviare o coprire di tasca propria 4.500,00 euro nella nostra ipotesi.

Aveva una seria di debiti e avrà un unico debito da rimborsare in sei anni: un minimo vantaggio nel prolungamento del periodo ma concretamente il nostro imprenditore si troverà senza debiti immediati ma anche senza un centesimo in tasca per far ripartire l’azienda.

Fra l’altro, pare abbastanza logico, che la banca si prenderà subito i suoi 7.500,00 euro ma anche il fisco pretenderà i suoi visto che quei quattrini ce li ha fatti avere lui.

Ma la situazione potrebbe anche essere molto peggiore perché tante imprese potrebbero trovarsi, come purtroppo oggi spesso si trovano, in posizioni bancarie ben più complesse e sofferenti cosicché si rischia concretamente che le banche “fagocitino” tutto l’importo del finanziamento con le conseguenze che ben si possono comprendere.

Questa una prima ipotesi molto preliminare ma che credo inquadri esattamente lo scenario per comprendere che un’operazione di questo tipo poco risolve ed anzi in qualche caso potrebbe anche complicare la posizione aziendale.