Facebook è sempre stato nell’occhio del ciclone in materia di privacy, accusata ripetutamente da associazioni e cittadini che hanno a cuore questi temi. Si è sempre (blandamente) difesa più che con fatti concreti o portando tematiche reali con i classici slogan del tipo “abbiamo a cura la privacy dei nostri utenti perché lavoriamo per migliorare internet“.

Non gli ha creduto nessuno, o almeno non gli ha creduto chi li accusava. Infatti nel tempo si è appreso non solo che Facebook non tutela la privacy di chicchessia ma anzi “vende” in maniera spudorata ed illecita i nostri dati a società che li utilizzeranno per lo più per campagne politiche ed elettorali. Il caso Cambridge Analytica ne è un esempio e ci restituisce una immagine di Facebook ben diversa da quella patinata che ci viene mostrata sul web.

Durante l’audizione al Senato Usa Mark Zuckerberg cerca di dimostrarsi, non riuscendoci, sereno e racconta una favola alla quale nessuno ha creduto. Il video integrale dell’audizione (qui di seguito) rileva accuse chiare e giustificazioni puerili.

Facebook nasce per non rispettare la nostra privacy ed anzi ha come primario obiettivo quello di accumulare più informazioni possibili su tutti noi per utilizzarli a suo appannaggio.

Oggi hanno venduto i dati alla Cambridge Analytica, domani chissà… Il potere immenso di possedere quella gigantesca, infinita, incredibile mole di dati può consentire a quella società qualunque cosa, dal controllo del voto, al possibilità di ricattare politici, industriali ma anche semplici cittadini. Non che questo sia avvenuto fin qui, almeno che si sappia, ma di certo abbiamo una società privata in grado di farlo verso tutti i cittadini del mondo.

Nessuno, o pochissimi, leggono le condizioni contrattuali di Facebook. Tante sono le condizioni vessatorie e estremamente pericolose per gli utenti che le accettano senza leggerle; fra queste una dimostra più di ogni altra l’obiettivo di Facebook di mantenere la possibilità di estendere (obbligatoriamente) l’acquisizione dei nostri dati. Il punto 3.1. delle condizioni recita:

… l’utente è tenuto a: … fornire informazioni personali accurate…

(Estratto delle Condizioni di Facebook)

Al momento, in verità, Facebook non penalizza gli utenti che non forniscono “informazioni personali accurate” ma, è opportuno chiarirlo, se domani deciderà di farlo lo potrà imporre a pena la chiusura dell’account e la maggioranza, per evitare di uscire dal social, glieli fornirà.

Queste condizioni, come quelle della privacy sono realmente applicabili? Dal mio punto di vista ci sono forti dubbi che le condizioni contrattuali, come quelle sulla privacy possano essere considerate “accettate” per le modalità con le quali Facebook acquisisce l’accettazione da parte degli utenti.

Infatti al momento della registrazione Facebook fa accettare agli utenti cliccando su un bottone “iscriviti” tutte le condizioni (privacy, cookie e condizioni contrattuale) in maniera “cumulativa” senza nessun tipo di approvazione specifica. Condizioni tutt’altro che di semplice lettura e comprensione da parte degli utenti.

(La pagina di iscrizione a Facebook)

La normativa italiana, ma in buona sostanza anche quella di molti altri paesi, non consente tale modalità di “sottoscrizione”, che ovviamente nel web non si realizza con l’apposizione di una firma ma con l’attivazione di specifici flag o bottoni e magari con una ulteriore conferma via email.

Al di là della normativa specifica sulla privacy, che in ogni caso non consente accettazioni così generiche, è sufficiente citare l’art. 1341 del codice civile per comprendere come quell’accettazione sia sostanzialmente priva di efficacia, o almeno con una efficacia estremamente limitata, laddove riguarda condizioni complesse, con tante clausole vessatorie o comunque per lo più a favore di Facebook.

(Codice Civile)
Art. 1341

Le condizioni generali di contratto predisposte da uno dei contraenti sono efficaci nei confronti dell’altro, se al momento della conclusione del contratto questi le ha conosciute o avrebbe dovuto conoscerle usando l’ordinaria diligenza.
In ogni caso non hanno effetto, se non sono specificamente approvate per iscritto, le condizioni che stabiliscono, a favore di colui che le ha predisposte, limitazioni di responsabilità, facoltà di recedere dal contratto o di sospenderne l’esecuzione, ovvero sanciscono a carico dell’altro contraente decadenze, limitazioni alla facoltà di opporre eccezioni, restrizioni alla libertà contrattuale nei rapporti coi terzi, tacita proroga o rinnovazione del contratto, clausole compromissorie o deroghe alla competenza dell’autorità giudiziaria.

E’ quindi evidente che cliccare su “un solo bottone” non può assolvere all’approvazione di quella miriade di condizioni, peraltro che disciplinano proprio le materie previste dall’art. 1341 del codice civile, senza una approvazione specifica. Fra l’altro, in questo “minestrone”, con quel bottone si approvano anche le condizioni di privacy e dei cookie.

Anche la successiva mail di approvazione delle condizioni a mio avviso non sana la situazione proprio perché, anche lì, approvazione specifica non viene richiesta.

E’ troppo delicato ed importante il ruolo di Facebook nella nostra società e non è accettabile che gli utenti non siano messi in grado di comprendere esattamente cosa approvano e sopratutto poterlo fare in maniera specifica e chiara. Al di là della mia opinione ci sono comunque le norme del codice civile, sulla privacy e contrattuali.

Facebook ha pagato miliardi di dollari per le violazioni che via via le sono state addebitate. Nulla che possa turbare le loro notti visto che i miliardi che paga sono solo una piccola parte degli introiti che, come una macchina da guerra, incamera ogni giorno.

Infatti questi miliardi li paga, probabilmente anche volentieri visto che non la danneggiano più di tanto, ma poi SE NE FREGA….